A me sembra che l'espressione "perdere la pazienza" sia fuorviante e che associare alla temporanea adesione a se stessi un senso di perdita sia ricattatorio. La pazienza non è una caratteristica integrata nell'uomo, perdendola non si perde proprio niente, se non una sovrastruttura che usiamo per sopravvivere nel mondo. Più o meno come il parrucchino o le ciglia finte. Quando diciamo "perdere la pazienza" descriviamo piuttosto un atto di avvicinamento alla verità di noi stessi, un atto - nella maggioranza dei casi -sano; quindi per descrivere il fenomeno suggerirei un'espressione alternativa, tipo "aderire all'istanza" o una cosa così. Mo lo scrivo a De Mauro, va. [no, gniente, volevo dilla 'sta cosa]
domenica 11 novembre 2012
venerdì 9 novembre 2012
Mi amerò
Il potere degli anagrammi. Esiste un momento in cui diventa sano dimenticare cose o persone, in cui se si conserva ossessivamente un ricordo si comincia a non conservare più se stessi: è il momento in cui "memoria" diventa l'opposto del suo anagramma "mi amerò".
giovedì 11 ottobre 2012
Tiramisù
Mi piace pensare che io e te siamo due tiramisù. Le nostre regole, però, sono diverse. Tu lasci che gli altri mangino tutto il primo strato, quello dove la crema al mascarpone si incontra con la polvere di cacao, quello scenografico, che fa brillare gli occhi, che fa dire "Scelgo". Ma poi non lasci (quasi) mai mangiare il resto: chi ha a che fare con te ha tutta la superficie del dolce, ne conosce perimetro e colore, ma non può arrivare in profondità, come se sotto il cacao ci fosse uno strato di ghiaccio impenetrabile.
Io invece mi divido in tanti pezzi, ciascuno può mangiare un tiramisù in sezione, come quando si fanno gli studi geologici: si accede analiticamente ad ogni strato, fino al più profondo, ma non si ha la visione sintetica, l'intero. Tante piccole perfette frazioni del tiramisù, ma in sé concluse, parziali, stagne.
Anche un'altra cosa mi piace pensare: che l'unico modo, lo sai, è intersecarci io e te. Diventare un Tiriamocisù, insomma.
mercoledì 29 agosto 2012
Risposte
Un giorno, guardandola rassettare i letti della piccola camera mansardata, la vide battere la testa ed esplodere in un pianto sproporzionato. La guardò accasciarsi a terra con gli occhi strizzati, mentre la schiena scivolava lentamente contro la parete. Anche un soffio, in quel momento, avrebbe potuto mandare in pezzi il suo 'Toro Seduto'. 'Perché piangi?' le chiese stupito, ma dal silenzio che seguì non seppe capire se la voce era davvero uscita dalla sua piccola gola. Per qualche interminabile attimo, lei gli sembrò una stella morente, che risucchia tempo e spazio dopo essere esplosa.
sabato 18 febbraio 2012
ComunicAmare
Stamattina, nel buio innaturale della mia stanza, mentre fuori il sole si estendeva spietato sui nascondigli dell’inverno, un verbo ronzava nella testa: “traboccare”. Mi piace l’idea della goccia che sfugge al controllo, rompe la tensione del bicchiere pieno-pieno, mi piace l’idea della sfasatura, della crepa da cui comincia a filtrare la luce ed impossibile scappare. È di amore che trabocco. E mentre la goccia diventava un rivolo e poi uno scroscio e poi un fiume e poi un onda marina che riempiva la stanza, ho pensato che venderemo questa casa. E sono stato felice. Riempire di amore una casa che ha visto tanto dolore mi fa pensare di curarla e consegnarla sana ad una una famiglia nuova, giovane come eravamo noi quando arrivammo qua. È così bello che l’amore sfugga di mano.
martedì 8 marzo 2011
A Luca C.
Oggi è la festa della donna, ma io voglio dedicare questo post ad un uomo, ad un amico. Non leggerà mai le mie parole, e in generale le leggeranno in pochi, ma mi va di rendergli omaggio comunque: per me e per il bene che gli voglio.
Abbiamo parlato poco fa, di cazzate, cose senza significato. Eppure dietro ogni parola potevo sentire il dolore vibrare. Sapevo bene per cosa, ma evitavo di sollecitarlo.
Poi ad un tratto "Lei sarà sempre la mia donna", ha detto. E mi ha spezzato il cuore, perché è uno che parla poco: di solito sono gli occhi a far esplodere, suo malgrado, quello che nasconde. Occhi selvaggi, complicati, per ogni sfumatura una lacrima imprigionata nel passato. Io non li vedevo, stavamo orribilmente chattando; ma arrivava tutto lo stesso.
Il loro è (stato) un amore appassionato, pieno di grida, di baci, di saliva. Tante volte mi sono trovato ad assistere a litigi che esplodevano per un nonnulla, incuranti di me o chiunque altro stesse a guardare. Come due pietre focaie strofinate per errore e non puoi farci più nulla quando il bosco è bruciato. Eppure ogni volta, con la stessa spontaneità, il bosco ricresceva più verdeggiante di prima.
Oggi il mio amico, mentre continuavamo a non dirci nulla dicendoci tutto, mi ha detto che mi vuole bene: evidentemente sentiva che ero inondato dal suo dolore. E le sue lacrime le ho piante io, per un po'.
Be', vorrei ringraziare Dio per questo. Perché è bello avere amici ed è bello sentire dentro ciò che sentono. Perché quando non fai sentire solo qualcuno nemmeno tu sei solo. Direte che è banale, ma chi se ne frega.
sabato 27 novembre 2010
La sicurezza degli oggetti
In treno, mentre leggevo un articolo sul bivio di fronte al quale si trova la carriera 'politica' di Mara Carfagna, mi sono accorto di non avere indossato, per la fretta di partire, nessuno dei due miei amuleti: l'anello che porto da quasi 15 anni - e che ha impedito alla mia falange di svilupparsi sotto di lui - e il bracciale romano. La nudità della mano e del polso destro mi hanno provocato una sorta di brivido allo stomaco, molto simile al panico. Troppo importanti, troppi pieni di significato quegli oggetti perché lo loro assenza non porti con sé qualche omen funesto, ho pensato.
Poi però, inaspettatamente, con la stessa rapidità del brivido, una sorta di scossa sottile ha attraversato da parte a parte il mio cervello, collegando idealmente le orecchie. L'ho proprio visualizzata, come la linea di un encefalogramma o i parallelepipedi colorati che compongono l'immagine di un equalizzatore. C'era scritto: Dimentica.
Allora ho pensato che nel magma di questo periodo potesse essere anche quello un segno, ma un segno reale, disposto ad indicare la strada per liberarmi dalla schiavitù dei talismani, dalla "sicurezza degli oggetti", tanto per citare il bellissimo titolo di un romanzo. Un segno per liberarsi dal vincolo dei segni. Paradossale, in effetti.
Eppure, tutto sommato, questo paradosso è abbastanza rappresentativo del rapporto che ciascuno di noi, chi più chi meno, intrattiene con gli oggetti: se uno ci pensa, la concretezza caratteriale di una persona è quasi sempre inversamente proporzionale alla necessità che questa persona ha di 'aggrapparsi' al mondo dell'esperienza sensibile. Al fenomeno, per dirla con Kant.
Se invece sei uno che nel suo cervello decompone anche il più minimo dei granelli di cui è fatta l'esistenza, più di frequente sarai portato a caricare gli oggetti di un valore esorbitante. La gamma espressiva di soggetti del genere è varia: c'è chi diventa pazzo perché scova un segno sull'intonaco del salotto, o chi pensa che se non indosserà 'le mutande portafortuna' al colloquio sicuramente rimarrà disoccupato.
Ma in fondo sono banalità e chissà dove sta il vero. Una cosa però è certa: le mie mutande portafortuna ormai hanno l'elastico lento e io sono ancora senza lavoro.
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