sabato 18 febbraio 2012

ComunicAmare

Stamattina, nel buio innaturale della mia stanza, mentre fuori il sole si estendeva spietato sui nascondigli dell’inverno, un verbo ronzava nella testa: “traboccare”. Mi piace l’idea della goccia che sfugge al controllo, rompe la tensione del bicchiere pieno-pieno, mi piace l’idea della sfasatura, della crepa da cui comincia a filtrare la luce ed impossibile scappare. È di amore che trabocco. E mentre la goccia diventava un rivolo e poi uno scroscio e poi un fiume e poi un onda marina che riempiva la stanza, ho pensato che venderemo questa casa. E sono stato felice. Riempire di amore una casa che ha visto tanto dolore mi fa pensare di curarla e consegnarla sana ad una una famiglia nuova, giovane come eravamo noi quando arrivammo qua. È così bello che l’amore sfugga di mano.

martedì 8 marzo 2011

A Luca C.

Oggi è la festa della donna, ma io voglio dedicare questo post ad un uomo, ad un amico. Non leggerà mai le mie parole, e in generale le leggeranno in pochi, ma mi va di rendergli omaggio comunque: per me e per il bene che gli voglio.
Abbiamo parlato poco fa, di cazzate, cose senza significato. Eppure dietro ogni parola potevo sentire il dolore vibrare. Sapevo bene per cosa, ma evitavo di sollecitarlo.
Poi ad un tratto "Lei sarà sempre la mia donna", ha detto. E mi ha spezzato il cuore, perché è uno che parla poco: di solito sono gli occhi a far esplodere, suo malgrado, quello che nasconde. Occhi selvaggi, complicati, per ogni sfumatura una lacrima imprigionata nel passato. Io non li vedevo, stavamo orribilmente chattando; ma arrivava tutto lo stesso.
Il loro è (stato) un amore appassionato, pieno di grida, di baci, di saliva. Tante volte mi sono trovato ad assistere a litigi che esplodevano per un nonnulla, incuranti di me o chiunque altro stesse a guardare. Come due pietre focaie strofinate per errore e non puoi farci più nulla quando il bosco è bruciato. Eppure ogni volta, con la stessa spontaneità, il bosco ricresceva più verdeggiante di prima.
Oggi il mio amico, mentre continuavamo a non dirci nulla dicendoci tutto, mi ha detto che mi vuole bene: evidentemente sentiva che ero inondato dal suo dolore. E le sue lacrime le ho piante io, per un po'.
Be', vorrei ringraziare Dio per questo. Perché è bello avere amici ed è bello sentire dentro ciò che sentono. Perché quando non fai sentire solo qualcuno nemmeno tu sei solo. Direte che è banale, ma chi se ne frega.

sabato 27 novembre 2010

La sicurezza degli oggetti

In treno, mentre leggevo un articolo sul bivio di fronte al quale si trova la carriera 'politica' di Mara Carfagna, mi sono accorto di non avere indossato, per la fretta di partire, nessuno dei due miei amuleti: l'anello che porto da quasi 15 anni - e che ha impedito alla mia falange di svilupparsi sotto di lui - e il bracciale romano. La nudità della mano e del polso destro mi hanno provocato una sorta di brivido allo stomaco, molto simile al panico. Troppo importanti, troppi pieni di significato quegli oggetti perché lo loro assenza non porti con sé qualche omen funesto, ho pensato.
Poi però, inaspettatamente, con la stessa rapidità del brivido, una sorta di scossa sottile ha attraversato da parte a parte il mio cervello, collegando idealmente le orecchie. L'ho proprio visualizzata, come la linea di un encefalogramma o i parallelepipedi colorati che compongono l'immagine di un equalizzatore. C'era scritto: Dimentica.

Allora ho pensato che nel magma di questo periodo potesse essere anche quello un segno, ma un segno reale, disposto ad indicare la strada per liberarmi dalla schiavitù dei talismani, dalla "sicurezza degli oggetti", tanto per citare il bellissimo titolo di un romanzo. Un segno per liberarsi dal vincolo dei segni. Paradossale, in effetti.

Eppure, tutto sommato, questo paradosso è abbastanza rappresentativo del rapporto che ciascuno di noi, chi più chi meno, intrattiene con gli oggetti: se uno ci pensa, la concretezza caratteriale di una persona è quasi sempre inversamente proporzionale alla necessità che questa persona ha di 'aggrapparsi' al mondo dell'esperienza sensibile. Al fenomeno, per dirla con Kant.
Se invece sei uno che nel suo cervello decompone anche il più minimo dei granelli di cui è fatta l'esistenza, più di frequente sarai portato a caricare gli oggetti di un valore esorbitante. La gamma espressiva di soggetti del genere è varia: c'è chi diventa pazzo perché scova un segno sull'intonaco del salotto, o chi pensa che se non indosserà 'le mutande portafortuna' al colloquio sicuramente rimarrà disoccupato.
Ma in fondo sono banalità e chissà dove sta il vero. Una cosa però è certa: le mie mutande portafortuna ormai hanno l'elastico lento e io sono ancora senza lavoro.

lunedì 19 luglio 2010

PerEnne (To N.)


El horizonte es tu cuerpo.
El horizonte es mi alma.
Llego a tu fin: más arena.
Llegas a mi fin: más agua.
(Tierra Y mar, J. R. Jiménez)

giovedì 3 giugno 2010

Frequency

24 ore sull'orlo della commozione, come acqua che freme dentro un cristallo, nell'attesa della goccia definitiva, liberatoria.

Esistono momenti della vita in cui vieni inondato da un fascio di emozioni indistinte, fortissime, come se all'improvviso fossi in pieno contatto con le persone che popolano la tua vita, persino quelle che non conosci, che incroci per strada solo per un istante. Oggi è stato uno di quei giorni. I giorni della frequenza, li chiamo io. Una sensazione talmente strana, una contrazione alla bocca dello stomaco, ma non dolorosa, che irradia un brivido in tutto il corpo e ti lascia lievemente intontito: all'improvviso hai perfettamente chiaro, o almeno ti pare, come possa sentirsi l'uno o l'altro personaggio della tua vita, senti di poter calzare i suoi panni a pennello, li senti sfiorare la tua pelle; e vedi dai suoi occhi, senti dalle sue orecchie, respiri la sua aria o ti si spezza il fiato nel suo affanno. E fai una scoperta bellissima: la comprensione, e dopo la comprensione trovi la solidarietà. E il perdono.

Nell'arco di queste 24 ore mi sono capitate due cose, come se le avessi attirate.

1. Mentre me ne andavo dal cimitero, depositato al suo posto un fiore che somiglia al sole, una vecchietta mi ha fatto cenno e con un sorriso maldestro si è avvicinata alla mia macchina: "Fa la salita lei? Ho camminato tutto il giorno e ho male alle gambe".
"Certo signora!", ho mentito.
"Sa, è che ho perso l'ultimo 'filobus' e mio marito è temporaneamente in ospedale".
"Ha fatto benissimo a chiedere".
"Veramente lo faccio sempre...", sorriso ammiccante da pupa del gangster.
Abbiamo condiviso giusto il tempo di scambiarci queste quattro battute, mi ha raccontato che suo marito la rimprovera per la sua faccia tosta ed è scesa, come una simpatica meteora. Quanta vitalità, purezza e fiducia nel prossimo! Nello spazio di un cambio di marcia dalla prima alla seconda la pupa del cimitero mi ha dipinto un sorriso sul volto che ancora adesso porto addosso.

2. Nel tardo pomeriggio poi, una persona del mio passato, che ho escisso dalla mia vita con una precisione chirurgica, mi ha scritto un messaggio: sentito, umile, sano; per onorare la ricorrenza che cade in questo giorno e che ho celebrato con il fiore.
"Ti voglio bene e ti abbraccio forte, ovunque tu sia. Sia splendido per il te il futuro, te lo auguro con tutto il cuore!"
"Auguro lo stesso a voi, certo di non sbagliare la previsione", ho risposto. L'ho fatto d'istinto e me ne sono stupito. E' che sono stato avvisato dalla contrazione del mio stomaco che le sue parole celavano qualcosa di potente, temibile, magnifico, più forte degli anni trascorsi, più forte di ogni giudizio, di ogni ostacolo. Tra breve sarà mamma, ho scoperto di lì a poco. Ma in fondo, mi chiedo, l'ho davvero scoperto? O non ero già su quella frequenza, ed era esattamente ciò che sentivo, ciò che mi ha fatto scrivere "voi"? Se non ho la certezza di questo, so però che le parole che hanno seguito la rivelazione, mie e sue, mi paiono ora, a rileggerle, foglie delicatissime, su cui trotterella qualche lacrima antica e salvifica. Non ce ne dicevamo da anni di così piene e dignitose.

Ecco, nei giorni della frequenza mi ricordo che il genere umano ha una speranza, che io ho una speranza. E per questi giorni ringrazio, anche se a volte li sento come una prigione, perché avrei voglia di non contemplare la dialettica, di essere refrattario, di difendermi dagli altri non capendo e di non farmi sempre disarmare dal buon senso (sì, staccato). Ma la bontà chiama bontà, mi hanno insegnato due meravigliose creature: non so se è vero, ma in questi giorni mi pare di non poter far altro che crederci.

martedì 25 maggio 2010

C(u)o(r)dice linguistico

Ieri stavo facendo uno dei miei approfondimenti finti. Gli approfondimenti finti sono gli approfondimenti del nuovo millennio, quelli asistematici per cui, se ti viene in mente una cosa che conosci solo per sentito dire o con la quale hai appena un po' di dimestichezza, pensi bene di scandagliarla meglio digitando qualche parola su google (accontentandoti ovviamente del primo risultato), invece di alzare il culo (sì, culo!) e cercare, che so: la bibliografia fondamentale in merito? Magari un Bignami? Almeno un libro con le figure! Insomma, qualcosa che abbia se non altro l'eleganza dignitosa della stampa su carta.

Ma non è questa la sede per discutere della tuttologia telematica imperante e della mia capacità, allenata da anni - questa sì sistematicamente - di intortare gli interlocutori culturalmente più deboli di me raccontandogli le quattro cose che so di un argomento mentre gli faccio credere che stia omettendo, per non tediarli, tutte gli altri aspetti della questione, che appunto io per primo ignoro. Si tratta del talento da paraculo declinato culturalmente (fenomeno, a dire il vero, su larga scala terrificante e pernicioso, ma nessuno è perfetto) e magari ne parlerò in seguito.

Il mio approfondimento finto di ieri riguardava una branca della filosofia: la logica. Riporto di seguito l'ultima parte di quanto ho letto, l'unica che io abbia seguito con una certa attenzione (leggere in modo disattento quella che chiaramente è già la versione liofilizzata di un testo ha veramente del patologico, lo ammetto):
Maggiore è infatti la profondità con cui abbiamo compreso una determinata parola od un concetto e maggiore è la probabilità che tale nostra comprensione comprenda in sé anche il significato che un'altra persona dà a quella stessa parola o concetto. Per questo motivo maggiore è la nostra consapevolezza e maggiore è la nostra capacità di comprendere il pensiero altrui.
Oltre al sospetto, sempre più concreto parola dopo parola, di conoscere già la tematica senza averne ravvivato debitamente la memoria in questi anni: la mia laurea è pericolosamente connessa con il tema, la lettura di queste righe ha prodotto alcune riflessioni, ben più profonde (ma non so se profonde in assoluto, ovviamente) dello stesso originario finto approfondimento.

- La lingua è un codice, e ci siamo.
- Per comunicare occorre che il codice sia condiviso dagli interlocutori, ok.
- Esiste un codice linguistico dell'amore? Sì.
- Cosa intendo? Non parlo dei nomignoli (tesoro, cucciolo, honey, amo'... tanto per fare una climax varia e ascendente per bruttezza), parlo proprio di una lingua nella lingua, i cui rimandi siano talmente tanti ed articolati che le due persone coinvolte potrebbero parlarsi per ore con vocaboli, verbi, metafore del tutto astrusi per gli altri eppure così estremamente espressivi per loro. Lo so, è banale... ma non è meraviglioso? Non è meraviglioso che una parola sciocca o addirittura una semplice sillaba, un fonema, possano contenere tanta energia da comprendere in sé anche il significato che l'altra persona - lei e solo lei - dà a quella stessa parola o concetto? Cosa se non l'amore è espresso dalla capacità di due persone di dare ad una parola lo stesso identico significato? L'amore è creativo, l'amore semantizza anche l'insignificante. O, più in generale, l'amore è espresso dall'avere naturalmente fiducia che l'altro stia dando a qualcosa il tuo stesso senso. Proseguo:
Ora, sebbene quindi è probabile che si dia all'interno di un gruppo linguistico una definizione simile ad una data parola (difficilmente identica dato che ad ogni parola ognuno associa una determinata carica emotiva o sentimento puro che può essere diverso da persona a persona), la profondità con cui tale parola viene compresa dentro di sé non dipende da un fattore

linguistico ma da un fattore intellettuale. E l'intelligenza di una persona è direttamente proporzionale alla sua consapevolezza spirituale, e cioè alla quantità di Spirito che ha in sé.
Da qui ancora due deduzioni:
- Mi chiedo sempre dove risieda per me l'amore. Per me il fondamento dell'amore risiede nelle nostre parole, nel codice che decidiamo di costruire insieme, nel legare ad una parola, quale che sia, la stessa carica emotiva, lo stesso sentimento puro dell'altro.
- Se chi parla bene pensa bene, se le parole sono il nostro pensiero, se l'intelligenza di una persona è direttamente proporzionale alla sua consapevolezza spirituale, e cioè alla quantità di Spirito che ha in sé, allora per me non solo l'amore è intelligente, ma
l'amore è avere la stessa quantità di spirito dentro.

mercoledì 12 maggio 2010

Vindicem indicem

Si tratta di disciplina. Ogni evento, o non evento, in effetti è una lezione: ho trascorso un mese appuntando sul mio taccuino cerebrale avvenimenti, frasi, riflessioni che avrei potuto utilizzare nel blog, ma poi, come troppo spesso mi accade, li ho lasciati andare, ho permesso che lentamente sfumassero, perdendo il loro sapore.
Il saper scrivere, in effetti, è proprio questo: saper fissare. Allora ho deciso di fissare il fatto che sono incapace di fissare. Mi pare un buon inizio. E per punirmi fino in fondo, ho deciso anche di elencare le idee via via abortite, ben sapendo che solo a vederle scarnamente enumerate, per di più in ritardo, soffrirò di un dolore educativo, per dirla con Eschilo. Con questo non dico che sarebbero stati pezzi d'autore se li avessi elaborati, ma la trascrizione immediata certo avrebbe loro giovato.

- La Maddelena di Donatello, i suoi piedi, riflessioni conseguenti.
- La messa con spiritual annesso, nella quale sono capitato per caso, a New York.
- La metro di NYU.
- Il soccombente.
- Riscoprirmi capace di disegnare come da bambino, con la stessa creatività.
- La festa della mamma.
- L'incontro con la cassiera mia parente, le diverse vie di una famiglia, Iris.

Per finire, torturerò me stesso con la consapevolezza ossessionante che alcune degli spunti che ho disatteso sono talmente rarefatti che non posso più nemmeno inserirli in questo doloroso indice.